>> Co-existing – il futuro è in comune.

Usare da soli, condividere insieme.

Insieme. E al tempo stesso nel modo più individuale. È questo il «co»: coworking, coliving, codining, cofarming. La condivisione di strumenti, auto, bici e altre cose di uso frequente, ma che di rado si ha la necessità di possedere. Co-existing sta per un modo flessibile e non legato a un luogo prestabilito di abitare, lavorare, mangiare, produrre e spostarsi. In questa storia multimediale, sei esperti europei e americani ci spiegano perché questo stile di vita senza possesso diventa sempre più flessibile, eccitante e privo di frontiere

Testo: Anna Miller | Grafica: Zentralnorden | Video: Modest Department

Prima, neanche troppo tempo fa, queste cose parevano costituire il fondamento dell’esistenza. Non appena le si sistemava, poteva avere inizio la vita vera e propria. Oggi la realtà è in parte virtuale e ci rendiamo conto che talvolta quelli che consideravamo dei pilastri costituiscono un impedimento, piuttosto che una fonte di stabilità.

L’attenzione si concentra sul momento, sulle esperienze, sullo scandagliare fin dove è possibile arrivare: creare, essere liberi e indipendenti, dedicarsi ai propri progetti, condividere il tempo e i valori comuni. Co-existing, appunto: uno stile di vita flessibile e globale. Quando dovremmo sperimentarlo, se non adesso?

E se andiamo in cerca di gente con idee e interessi affini ai nostri, oggi esistono reti e luoghi per il coliving e il codining in quasi tutte le grandi città del mondo.

Se per questo dobbiamo rinunciare a un lavoro a tempo pieno e lavorare a progetto – allora possiamo ricorrere all’infrastruttura globale delle scrivanie negli spazi di coworking. Ci muoviamo con le bici a noleggio e il car sharing. E se avvertiamo l’esigenza di mettere radici, possiamo impegnarci nel cofarming.

Un movimento di cosmopoliti urbani

Questo movimento, che attira sempre più persone, si chiama co-existing. A trovarvi un nuovo stile di vita sono specialmente i cosmopoliti urbani, una classe di nuovi imprenditori e creativi di casa nelle metropoli del mondo.

Che si domandano: perché correre ogni giorno in ufficio, quando è possibile lavorare online da qualsiasi posto? Perché restarsene a casa da soli, quando ci sono luoghi in cui c’è gente interessante che fa festa insieme? Perché acquistare verdure che provengono dall’altro capo del mondo, quando si possono coltivare da soli e c’è sempre qualcuno disposto a innaffiarle quando si è in viaggio?

Ci associamo dunque a estranei, che poi così estranei non sono. Perché condividono il nostro stesso stile di vita. Solo che non li avevamo ancora incontrati.

Sembra una cosa filosofica, ma a un primo sguardo è semplice pragmatismo: vogliamo poter lavorare in qualsiasi luogo, poter trovare ovunque un bel posto dove mangiare. E senza bisogno di vagare tre ore per Bogotá alla ricerca di un Internet café.

Vogliamo rendere la nostra vita più semplice e più varia insieme, nel lavoro come nel privato, ma senza rinunciare al comfort, ai piaceri e a una rete stabile. Il co-existing perfeziona tutto questo, aggiornando e adattando agli individualisti il principio di un buon hotel: connessione Wi-Fi veloce, stanze pulite, e in più nuove libertà e coinquilini interessanti.

Offre oasi di vita ideale in tutto il mondo, a Miami come a Bali. In modo semplice, senza complicazioni, a prezzi accessibili: e le nuove esperienze sono garantite.

Trovare una casa, dappertutto

C’è però un’altra cosa, ancora più essenziale: è anche un pezzo di casa, un appoggio. Una nuova forma di comunità che si adatta alla vita urbana dell’epoca attuale.

La comunità non si trova più in un unico luogo, ma è sparsa in tutto il mondo, sempre nuova ma sempre familiare. Si incontrano persone che amano i luoghi lontani tanto quanto amano la casa e la famiglia. Che sono connesse e lavorano sodo, ma al contempo vogliono fare esperienza delle città e delle regioni più interessanti del mondo.

Il co-existing è la risposta a una maniera di vivere in cui solo il mondo intero è abbastanza. E questo mondo si muove sempre più veloce – per questo gettiamo l’ancora in più di un porto.

Una bella prospettiva!

Homefarm – il cofarming di Spark Architects

Secondo l’idea di Homefarm, comunità multigenerazionali vivono e lavorano insieme. Foto: Spark

Secondo l’idea di Homefarm, comunità multigenerazionali vivono e lavorano insieme. Foto: Spark

Secondo l’idea di Homefarm, comunità multigenerazionali vivono e lavorano insieme. Foto: Spark

Stephen Pimbley è a capo dello studio di architettura SPARK, che ha ideato la formula di Homefarm. Foto: Spark

Lo studio di architettura Spark Architects, con sedi a Londra, Shanghai e Singapore, adotta metodi di costruzione ecologici e socialmente sostenibili, mediando tra funzionalismo europeo e stili architettonici orientali vicini alla natura. L’idea di Home Farm collega la coltivazione di piante commestibili e l’architettura urbana al principio del loro sfruttamento comune.

La nostra fattoria urbana multigenerazionale

Con «Home Farm» lo studio di architettura Spark ha concepito una fattoria modulare per più generazioni da coltivare autonomamente. Il direttore Stephen Pimbley ci ha raccontato la genesi di questa idea.

Nella città-stato di Singapore, in cui lo spazio è limitato e sfida gli abitanti a trovare soluzioni architettoniche e abitative sempre nuove, molti edifici sono verdi – almeno in superficie.

 Abbiamo concepito «Home Farm» per offrire la possibilità di coltivare più in grande, tanto per l’autoapprovvigionamento quanto per la vendita. Una fattoria urbana da sviluppare modularmente.

 Su tetti, balconi, facciate e negli spazi esterni come il cortile e gli orti nascono tante superfici diverse: per la piscicoltura, la coltivazione delle verdure, oppure piccoli campi di cereali. I proventi che derivano dalla vendita possono ritornare alla comunità, dando così luogo a un circolo virtuoso.

L’urban farming incontra la casa multigenerazionale

Con «Home Farm» facciamo nostra da un lato la tendenza mondiale dell’urban farming: giovani creativi e pirati metropolitani di tutto il mondo si impegnano in progetti di agricoltura urbana.

Dall’altro lato, offriamo una soluzione per i cittadini più avanti negli anni: la vecchiaia, infatti, sarà una delle grandi sfide della nostra epoca. Qualche anno fa mi sono imbattuto in questo tema e ho continuato a interessarmene da allora.

Alla base dell’idea abitativa di «Home Farm» c’è pertanto il concetto della convivenza di singoli individui e comunità multigenerazionali. Volevo sviluppare uno spazio per la vita degli anziani che desse loro gioia, incoraggiando lo spirito di comunità e facendo restare sani più a lungo.

Al momento è raro le case di riposo siano oasi di benessere: spesso si trovano in periferia e sono sprovviste di collegamenti alla società urbana. «Home Farm» restituisce l’autostima alla gente di una certa età dandole una struttura comunitaria.

Qui è possibile vivere e lavorare insieme, accompagnati dai compiti grati e rilassanti offerti dalla cura di un orto. Invecchiare in un ambiente verde e fiorito: non è una bella prospettiva?

 

 

Singapore, laboratorio di idee urbane

Inoltre i diversi elementi del nuovo modo di vivere e di abitare si fonderebbero progressivamente fra loro. È il futuro dell’edilizia: le monocolture non esistono più, i posti non sono più soltanto centri commerciali o soltanto caffè, gli spazi vengono usati in modo multifunzionale.

 Una casa, un edificio servirà per mangiare, dormire, apprezzare l’arte o avere scambi sociali.

 Del resto Singapore è il luogo ideale per riflettere su questi temi. Il territorio di questa piccola città-stato è limitato e dunque molto caro. La gente importa il 90 per cento dei generi alimentari perché già oggi, nella regione, non ci sono quasi più terreni agricoli.

 E attraverso la crescente urbanizzazione diminuiranno ulteriormente, non soltanto qui ma in tutto il mondo. Le superfici dovranno assumere anche nuove funzioni.

 Una di queste funzioni, come è chiaro già da adesso, sarà: un luogo deve saper suscitare l’entusiasmo delle persone e reagire a necessità svariate.

Un concetto di agricoltura che si adatta all’ambiente

Noi architetti ci interessiamo alle tecnologie moderne. Il nostro progetto è un esperimento, un’idea per il futuro. Una risposta possibile alla domanda: come vogliamo vivere? Un concetto di agricoltura nuovo, che si adatta all’ambiente.

 Alla fin fine si tratta di avviare una discussione. «Home Farm» potrebbe costituire un modello. Noi speriamo di realizzare i primi progetti entro il 2020. La Malaysia e l’Australia hanno già manifestato il loro interesse, stiamo già lavorando alacremente al progetto.

 L’architettura, comunque, è soltanto uno degli aspetti. Dopotutto restano da affrontare varie questioni critiche: le mie piante di pomodori sono al sicuro dal vicino? Il lavoro è ripartito in modo giusto? Chi può raccogliere cosa? Inquadrare e affrontare queste sfide sociali è uno dei prossimi passi importanti nello sviluppo di «Home Farm».

Mindspace – coworking da Israele

Da Mindspace non troverete spazi di coworking come gli altri. I fondatori, Dan Zakai e Yotam Alroy, neppure amano particolarmente questa definizione – la loro idea è piuttosto quella di uno stile di vita. Hanno fondato Mindspace nel 2013 a Tel Aviv, dove da tempo il coworking non è più una novità. Cos’ha di speciale Mindspace? Il design curatissimo e i servizi dedicati. Gli spazi sono aperti ventiquattr’ore su ventiquattro e inoltre offrono alla community assistenza personale, una caffetteria, un servizio lavanderia, un noleggio bici e sconti nei ristoranti. I creativi, dunque, non hanno bisogno di portarsi dietro nient’altro che il loro laptop. Non c’è da meravigliarsi che questa formula attiri non solo freelance e startupper, ma anche alcune grandi aziende che vi mandano a lavorare i loro team creativi.

Il coworking come stile di vita: Dan Zakai, cofondatore di Mindspace. Foto: Mindspace

Lavorare, con stile: gli spazi berlinesi di Mindspace. Foto: Mindspace

Lavorare, con stile: gli spazi berlinesi di Mindspace. Foto: Mindspace

Lavorare, con stile: gli spazi berlinesi di Mindspace. Foto: Mindspace

Niko Woischnik – esperto di coworking

Fondatore del festival Tech Open Air di Berlino – punto d’incontro per l’economia creativa e tecnologica internazionale – nonché consulente di start up, il berlinese Niko Woischnik è un esperto di tutte le moderne forme di team building. Il coliving e il coworking rappresentano per lui la risposta a un mondo in cui si vive in modo decentrato e flessibile, dove lavoro e tempo libero convergono e a contare sono soprattutto la rapidità, i modelli di utilizzo e l’emancipazione dalla zavorra del possesso personale.

Niko Woischnik ha una visione all’avanguardia del lavoro moderno. Foto: Modest Department

Un mix tra passione e concentrazione è un fattore chiave per la riuscita del coworking. Foto: Modest Department

Foto: Modest Department

«Il modo di lavorare cambia il modo di pensare»

Il futuro del lavoro non è immaginabile senza coworking. Come mai sempre più gente usa spazi flessibili e cosa fa crescere ulteriormente il mercato.

Il portatile sempre con sé, un WiFi affidabile come requisito fondamentale. Nel XXI secolo si può lavorare ovunque, in ogni momento. Insieme a dei perfetti sconosciuti. In un posto in cui magari domani non saremo più. Il coworking è la risposta a una società globalizzata e flessibile. Ormai è impossibile immaginare la vita urbana senza questa tendenza.

Una tendenza che ha cominciato a muovere i primi passi una decina d’anni fa: nel 2005, con la «Hat Factory» di San Francisco, veniva aperto il primo spazio dedicato ufficialmente al coworking. Secondo «The Global Coworking Survey», nel 2015 la community mondiale del coworking contava già oltre 7.800 uffici. Soltanto tra il 2014 e il 2015 gli spazi sono cresciuti del 36 per cento.

Il coworking è considerato il futuro del lavoro. Ma non si tratta soltanto di condividere uno spazio lavorativo: si tratta di condividere esperienze, passioni e opportunità, come racconta Dan Zakai, cofondatore e CEO di Mindspace, fornitore di spazi di coworking.

«Questo modo di lavorare cambia anche il modo di pensare. L’idea di condividere il tempo e lo spazio è diventata uno stile di vita – moderno, sostenibile e di moda.» E Rahul Prakash, partner dell’azienda di coworking HatchToday di San Francisco, commenta, a proposito dell’evoluzione delle tendenze nel lavoro: «In futuro il concetto di coworking non descriverà più una situazione inconsueta, ma sarà semplicemente la maniera normale in cui lavoreremo».

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«L’idea di condividere il tempo e lo spazio è diventata uno stile di vita.»

Dan Zakai, CEO, Mindspace

Il coworking diventerà la norma

Il coworking diventerà la norma perché il mercato del lavoro nel suo complesso è diventato più flessibile. «Entrambe le parti, tanto i dipendenti quanto i datori di lavoro, cercano soluzioni adeguate per lavorare meglio e in modo più flessibile» dice Zakai.

Anche perché gli affitti dei palazzi per gli uffici a Berlino o a Londra continuano a crescere. Persino aziende globali come Microsoft puntano sempre più su luoghi decentrati, sul mescolare dipendenti e altri creativi per incentivare l’innovazione in modo mirato.

«Le aziende si rendono conto che condividere sale riunioni e cucine è una cosa sensata» sostiene Zakai. «E nei nostri spazi notiamo che il crearsi di reti sovrasettoriali funziona molto bene. Chi ne fa parte trae profitto dalle nuove sinergie e dalla maggiore creatività.»

È anche questo a spiegare il successo del modello: non riguarda solo un determinato tipo di individuo. Per Zakai «la varietà è la chiave del successo del coworking». Persone diverse da diversi settori traggono vantaggio dalla reciproca presenza.

Un mercato in forte crescita

Chi offre spazi di coworking, invece, trae vantaggio da un mercato in crescita: studi sul futuro del settore prevedono che nel 2020 ci saranno 26.000 spazi di coworking in tutto il mondo – con posto per 3,8 milioni di coworker.

Per aziende come WeWork, Cove o Mindspace si annunciano tempi d’oro. L’anno scorso, l’americana WeWork ha già incassato quasi 800 milioni di dollari. Nel 2016 l’israeliana Mindspace ha aperto, solo in Germania, due nuove sedi: una ad Amburgo di quasi 6.000 m² e un’altra a Berlino di 5.000 m².

Nel 2016 il settore del coworking ha goduto in tutto il mondo di investimenti per circa un miliardo di dollari. Non c’è da meravigliarsi che le aziende che se ne occupano concepiscano una gamma sempre più ampia di spazi e servizi possibili – pensando in modo internazionale ed evitando di concentrarsi soltanto su un mercato locale.

A questo si aggiungono i fattori «service» e «design» per distinguersi dalla concorrenza. «Noi vogliamo essere più di un ufficio. Desideriamo offrire ai nostri coworker servizi personalizzati, un design speciale» spiega Zakai. Un incrocio tra soggiorno, scrivania e spazio creativo. Decisamente allettante. Difficile dire qualcosa di più bello sulla routine quotidiana con cui ci guadagniamo da vivere.

Roam

Roam fornisce spazi di coliving e vuole offrire ai nomadi digitali la soluzione per uno stile di vita non legato a un luogo particolare. Con spazi a Miami, Londra, Madrid, Bali e, a partire dal 2017, anche a Tokyo e San Francisco, mette a disposizione stanze private in edifici – per la maggior parte ville urbane moderne e di recente progettazione – utilizzati in comune, con affitti settimanali o mensili. L’idea è quella di rendere possibile, con il massimo comfort, uno stile di vita autentico e localmente connesso.

Bruno Haid ha fondato Roam.

Benvenuti da Roam, Londra

Scopri il Roam Space di Londra – con il nostro tour virtuale a 360 gradi. Foto: Modest Department

Un’oasi per nomadi digitali.

Katja Haack, responsabile di progetto per meinestadt.de, il portale dedicato alle città tedesche, combina lavoro e vacanza – con l’aiuto del coliving. A noi ha raccontato la sua esperienza e le sue sensazioni.

Senza il coliving, la mia vacanza sarebbe stata tutta diversa. Io e mio marito volevamo andare via una decina di giorni, a Miami. Mentre cercavamo una sistemazione siamo capitati su Roam, che laggiù aveva appena aperto. E ci siamo detti: perché no?

 Alla fine ci siamo ritrovati nell’atrio del Roam Space di Miami in mezzo a persone sconosciute e ai loro portatili. È stato un po’ strano, anche noi fino a poco tempo prima eravamo in ufficio.

 Il coliving è come uno spazio in cui giocare, aperto a tutto. A Miami ci si è spalancato davanti un mondo: lavorare, dormire, fare escursioni, praticare BierYoga sul tetto, ma con stanze come in un albergo. È stato fantastico!

 Pur non conoscendo affatto Miami, mi sono sentita subito a mio agio. Non mi sarei mai avvicinata alla città in modo così spontaneo e intenso se avessi alloggiato in un normale hotel con altri turisti. Grazie a Roam abbiamo avuto modo di conoscere subito gente interessante e nuove prospettive.

In evidenza

«Il coliving è come uno spazio in cui giocare, aperto a tutto.»

Katja Haack, utente Roam

Prima una conference call, poi una nuotata in piscina – o viceversa

Credo dipenda dal fatto che chi usa il coliving si sente davvero a casa negli spazi che ha a disposizione, anche se ci resta solo qualche settimana o qualche mese. È un altro modo di arrivare. Sono tutte persone attive a livello internazionale, nomadi digitali che qui trovano un’oasi.

 Si ha la sensazione che spazi di coliving così accolgano il mondo intero. Eppure a ben guardare ci assomigliamo tutti: amiamo il nostro lavoro, ci piacciono gli ambienti e i mondi nuovi. Abbiamo voglia di stare insieme, ma desideriamo anche un certo comfort di vita.

 Naturalmente ci vuole un po’ di disciplina, quando si ha la piscina a dieci metri dal computer. Ma il bello è proprio questo: non ci sono tempi morti. Posso organizzarmi vita e lavoro come voglio io. Un tuffo in piscina al giovedì pomeriggio, e poi una conference call.

Coliving anziché congedo

Io lavoro molto, e molto volentieri. Ogni giorno sono contenta di quello che faccio. Non mi va di prendermi un periodo di congedo sabbatico e di smettere, voglio continuare a lavorare. Ma ho anche l’esigenza di conoscere posti nuovi, di avere più libertà.

 Ho voglia di viaggiare e di usare questa energia per il mio lavoro. Per me, perciò, è chiaro: Roam è la mia opzione per il futuro, anche per il lavoro. Che differenza c’è rispetto a un normale home office?

 Il fatto che mi trovi a Londra o invece a Colonia a fare le mie telefonate, oggigiorno ha un ruolo sempre più marginale.

 Il coliving è una via di mezzo. Per certi aspetti familiare, ma anche assolutamente globale. Anch’io sono così. Da una parte sono legata a un luogo, alla famiglia e agli amici. Amo casa mia, eppure ogni tanto ho bisogno di cambiare aria. Con il coliving non sono costretta a costruirmi una vita nuova in un posto lontano. Faccio nuove esperienze in posti nuovi, in modo rapido e intenso – e sono sempre in buone mani. Ovunque io vada.

Jay Savsani è il creativo che ha ideato Meal Sharing.

Meal Sharing

Con oltre un milione di pasti condivisi in più di 150 paesi, Meal Share rappresenta una delle principali realtà che offrono ai turisti e a chi è in viaggio per lavoro la possibilità di mangiare a casa – e in compagnia – della gente del posto. Il principio e la funzionalità ricordano un grande marketplace comunitario per prenotare e affittare alloggi – solo che qui si tratta di brunch, pranzi o cene in case private o in luoghi originali, per esempio a bordo di una barca a vela. L’effetto è lo stesso: grazie alla condivisione del pasto, il viaggiatore può sentirsi come uno del luogo, almeno per qualche ora.

È pronto in tavola

Siediti a tavola grazie a Meal Sharing – con il nostro tour virtuale a 360 gradi. Foto: Modest Department

Condividere raddoppia il piacere di guidare

Dalla società dell’io a quella del noi: gli abitanti della metropoli di domani restano mobili grazie al car sharing. car2go e il servizio smart «ready to share» mostrano già oggi come questo sia possibile. Da poco, infatti, Daimler offre ben due soluzioni. O si noleggia al volo un’auto con car2go, oppure, grazie a smart «ready to share», si presta la propria smart a familiari, amici o conoscenti.

car2go è ormai entrato a far parte del paesaggio urbano di tante metropoli europee. Questo servizio di car sharing esiste già dal 2008. Oggi le auto impiegate sono 14.000, la frequenza con la quale vengono affittate è di 1,3 secondi. Per la maggior parte si tratta di smart fortwo. Dal 2016, comunque, sono disponibili anche modelli compatti e della classe media di Mercedes-Benz.

Il car sharing a stazioni fisse non è particolarmente user-friendly, perciò car2go punta sul cosiddetto car sharing free floating, cioè a flusso libero: via app è possibile prenotare una macchina nei paraggi, lasciandola poi in un punto a piacere all’interno dell’area operativa. Questo offre non solo tutte le comodità di una macchina propria – compresi i costi per il parcheggio, la benzina e l’assicurazione – ma anche la massima flessibilità.

Oggi la sharing economy riguarda anche l’auto privata

Ma come la mettiamo con chi non può o non vuole rinunciare a un’auto di proprietà? Per loro c’è da subito smart «ready to share»: una delle prime offerte al mondo per il car sharing privato all’interno di una community. Quando non usate la vostra smart, grazie a un’app potete metterla a disposizione di amici, colleghi e conoscenti via smartphone.

smart «ready to share» sfrutta la Connectivity Box posta sotto il parabrezza della smart, proprio come il già noto servizio smart «ready to drop». Grazie alla app «ready to» gli utenti possono fare richiesta di prenotazione. Il proprietario della smart può gestire queste richieste con una sua app.

In un raggio stabilito dal proprietario che può arrivare fino a 300 metri, è possibile avviare e terminare il processo di prestito. In questo modo il proprietario mantiene sempre il controllo su tutto.

Una volta che il proprietario conferma la prenotazione, all’utente viene comunicata la posizione esatta del veicolo e, via app, gli viene fornita una chiave virtuale: questo è possibile grazie alla tecnologia collaudata milioni di volte nell’ambito di car2go.

smart «ready to share» è disponibile da subito ad Amburgo, Berlino, Stoccarda, Colonia e Bonn.

Grazie al car sharing, una sola auto può sostituirne otto

Proprio la condivisione sarà, in futuro, l’idea portante in materia di mobilità urbana. Secondo i dati della Banca Mondiale, infatti, nel 2045 vivranno nelle città circa sei miliardi di persone – circa una volta e mezzo quelle di oggi. Molte di loro rinunceranno ad avere un’auto di proprietà.

Secondo un recente studio dei consulenti aziendali di Frost & Sullivan, già entro il 2025 il numero di utenti mondiali del car sharing sarà più che quadruplicato, passando dagli attuali 7,9 milioni a 36,7 milioni.

Il potenziale decongestionamento delle città è enorme: un veicolo in car sharing ne sostituisce otto di proprietà, stando all’associazione tedesca Bundesverband Carsharing e.V.

A ogni modo, non è solo il modello di proprietà a cambiare, ma anche i veicoli stessi: a Stoccarda, Amsterdam e Madrid, car2go impiega già un totale di 1.300 smart fortwo elettriche che vanno così a costituire la flotta di car sharing elettrico più grande del mondo. In questo modo gli utenti del car sharing elettrico tutelano doppiamente le risorse: da un lato, meno automobili significano più parcheggi e meno ingorghi, dall’altro, spostarsi a zero emissioni locali migliora la qualità dell’aria in città.

«La nuova cultura della condivisione è ecologica, sostenibile ed efficiente in termini di risorse – e ha raggiunto ormai da tempo anche l’auto» riassume Annette Winkler, CEO di smart.

Non c’è dubbio: il motto del futuro è «sharing is caring».

Il car sharing, modello per il futuro

Da casa Daimler arrivano due soluzioni di mobilità: con il servizio smart «ready to share» è possibile prestare via app la propria smart a familiari, amici e vicini. car2go, leader sul mercato con flotte in tre continenti, è un attore decisivo del boom nel settore del car sharing.

Ormai è difficile immaginare la mobilità urbana senza servizi di car sharing come smart «ready to share» o car2go.
Foto: Daimler AG

Ormai è difficile immaginare la mobilità urbana senza servizi di car sharing come smart «ready to share» o car2go.
Foto: Daimler AG

Ormai è difficile immaginare la mobilità urbana senza servizi di car sharing come smart «ready to share» o car2go.
Foto: Daimler AG

Ormai è difficile immaginare la mobilità urbana senza servizi di car sharing come smart «ready to share» o car2go.
Foto: Daimler AG

Ormai è difficile immaginare la mobilità urbana senza servizi di car sharing come smart «ready to share» o car2go.
Foto: Daimler AG

Ormai è difficile immaginare la mobilità urbana senza servizi di car sharing come smart «ready to share» o car2go.
Foto: Daimler AG